NFT, la criptovaluta unica come un’opera d’arte

NFT, la criptovaluta unica come un’opera d’arte

Dai giochi online a un disegno di Banksy, il passaggio è stato breve. E ora i non-fungible token stanno rivoluzionando il mercato dell’arte e non solo. Cosa sono, come funzionano e perché piacciono tanto

Ha senso virtualizzare un’opera d’arte in modo che il suo valore resti legato unicamente a una dimensione immateriale? Considerando i recenti sviluppi del mercato dell’arte, o per meglio dire della crypto art, pare proprio di sì. Il nuovo gettone di scambio si chiama NFT, acronimo di non-fungible token. Ovvero una “moneta virtuale” che, a differenza dei bitcoin e di altri token, non è interscambiabile, in quanto unica e rara. Il mercato dell’arte rappresenta uno dei primi ambiti di utilizzo di questa nuova risorsa, ma non è l’unico. Saranno gli NFT la nuova frontiera della blockchain? (NFTs: The new promised land?)

Nascita e ascesa degli NFT

Come i bitcoin, i non-fungible tokens rappresentano un oggetto digitale registrato in blockchain che associa a un utente un particolare diritto. Solitamente una proprietà. Tuttavia, come detto, gli NFT non sono intercambiabili, perché forniscono una informazione originale e univoca. Per questa ragione si prestano molto bene a identificare un’entità unica e irripetibile come un’opera d’arte. In altre parole, mentre ogni token è uguale all’altro, ogni NFT è diverso dall’altro.

I non-fungible token sono apparsi per la prima volta nel 2015 sulla piattaforma Counterparty con il gioco Spell of Genesis. Presto è subentrata Ethereum, lanciando il gioco CryptoKitties, gattini digitali collezionabili che, mano a mano che si riproducono, diventano sempre più rari (I token NFT, il prossimo hype della blockchain?).

NFT e mercato dell’arte

Injective Protocol, un collettivo di Brooklyn composto da appassionati di arte e tecnologia, appartenenti a una società di blockchain, ha acquistato per 96mila dollari un’opera di Banksy, intitolata Morons (White), per poi bruciarla. Il motivo è tutt’altro che assurdo, benché complesso e discutibile. Prima di appiccare il fuoco, i membri del collettivo hanno trasformato l’opera in NFT. Un’azione senz’altro estrema, ma non fine a se stessa. Lo scopo è aprire la strada a una nuova forma d’arte, la crypto art.

Un’espressione artistica fondata sul digitale che, indubbiamente, è il canale principale dei nostri tempi, nonché un ambiente più accessibile e democratico dell’elitario mercato dell’arte. Grazie alle caratteristiche di esclusività dei non-fungible token, il disegno di Bansky non ha perso il suo carattere univoco. Chi ne acquisterà la rappresentazione digitale (in vendita sulla piattaforma OpenSea) otterrà infatti il certificato ufficiale di autenticità, fornito dall’agenzia di autenticazione dello stesso artista. Dopodiché potrà conservarlo o rivenderlo, come in un tradizionale mercato dell’arte. (Bruciata un’opera di Banksy da 96 mila dollari e poi digitalizzata. Ecco il mondo della crypto art e cosa sono gli NFT).

Da Banksy a un tweet

Quello del disegno di Banksy non è un caso isolato. Non lo è nel mondo dell’arte, anche se simili operazioni sono ancora rare, come non lo è in altri settori. Per farsi un’idea, basta citare un’altra vicenda accaduta di recente, che sposta la transazione economica interamente in una dimensione digitale. Jack Dorsey, co-fondatore e CEO di Twitter, ha messo all’asta sulla piattaforma Valuables il suo primo tweet, risalente al 2006. E se il messaggio non è memorabile, – “just setting up my twttr”, senz’altro lo è l’ammontare dell’offerta al momento più alta ricevuta: 2,5 milioni di dollari. Ad avanzarla è Sina Estavi, CEO di Bridge Oracle e CryptoLand.

Dorsey, che è anche un filantropo, devolverà l’intera cifra in beneficenza. Appare chiaro, dunque, che un oggetto digitale può benissimo assumere un valore (spesso, come in questo caso, anche molto elevato) in funzione della sua unicità. E che i non-fungible tokens rappresentano lo strumento ideale per scambiarlo. (Il primo Tweet della storia è in vendita a un prezzo folle).

A un primo impatto, un’azione come quella dell’Injective Protocol può apparire come una pura provocazione. Tuttavia è più comprensibile almeno quanto il valore attribuito alle opere nel tradizionale mercato dell’arte e la loro oscillazione in base a criteri imperscrutabili ai più. Del resto di un’opera d’arte non si paga solo il valore materiale e il passaggio al digitale non fa che consacrare l’opera rendendola immortale, in quanto non deteriorabile e indistruttibile. Allargando lo sguardo ad altri settori, si può intuire la portata del fenomeno dell’NFT, il cui potenziale è ancora tutto da esplorare.

La dematerializzazione dell’arte  è un processo che rischia di comprometterne il valore? Tweettate i vostri commenti a @agostinellialdo

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