Coronavirus: quello che raccontiamo sui social

Coronavirus: quello che raccontiamo sui social

Come parliamo sui social media del Coronavirus? Cosa diciamo? Quali stati d’animo esprimiamo e cosa preferiamo fare?
Uno studio di Awario rivela le nostre abitudini in tempo di pandemia

Ascolta “Cosa si dice in rete sul coronavirus” su Spreaker.

Covid, Covid e ancora Covid: come è naturale che sia, la pandemia di Coronavirus ci ha colti di sorpresa ed anche decisamente impreparati. E ovunque, sui giornali, alla radio, nei TG e, ovviamente in rete, non si parla d’altro. Una ricerca condotta da Awario si è soffermata in particolare sui social media. Attraverso milioni di post e tweet, il monitoraggio ha identificato i fenomeni che la pandemia ha provocato. Ne è uscito un quadro interessante con alcune sorprese e alcuni elementi non scontati come si sarebbe potuto immaginare (Coronavirus on social media: Analysis + live data).

Il Virus corre sul web

Dal 10 marzo al 1°aprile, il Coronavirus e i termini correlati sono stati citati 14 milioni di volte sui social media e sul web. Dal vicino della porta accanto al politico più importante al brand più affermato, tutti, ma proprio tutti, me incluso ovviamente, lo hanno nominato nelle loro conversazioni social. Nel complesso sono state generati 2 trilioni di impression, cioè due miliardi di miliardi.

In media ogni utente di Internet è stato esposto alle informazioni on line relative al virus circa 460 volte nelle ultime tre settimane.

I temi più trattati

Quando si tratta del coronavirus, cosa si dice? Principalmente si parla di notizie. Poi, a sorpresa, della risposta dei brand alla pandemia, per passare sul personale e quindi all’impatto che il virus sta avendo sulle nostre vite. A seguire la chiusura delle attività e la cancellazione degli eventi, la salute pubblica, i personaggi pubblici risultati positivi al virus, il lavoro in remoto, via via fino all’igiene.

Novità smart working

Nessuno a gennaio si aspettava che molti di noi, di lì a poco si sarebbero ritrovati a lavorare da casa. Ed ecco perché l’argomento è divenuto uno tra i più dibattuti in rete. In circa un mese Awario ha raccolto 733.200 menzioni di termini quali remote work, home office e-working from home. Ai quali aggiungerei lavoro a distanza, lavoro agile ecc.
Se ne parla per lo più positivamente (circa 80% contro 20%). E gli aspetti che maggiormente piacciono della nuova condizione sono la possibilità di avere più tempo a disposizione per stare con le persone amate e i propri cani e gatti, il mangiare che, ovviamente, non è quello della mensa o del bar sotto l’ufficio ma della cucina di casa propria, la musica che si può mettere di sottofondo e – surprise! – il caffè. Sì, proprio la possibilità di bere il caffè fatto a casa propria.

Di contro non viene apprezzato il doversi destreggiare tra lavoro e bambini in simultanea, la fatica nel concentrarsi per restare produttivi e il non poter frequentare e parlare con i propri colleghi de visu.

A chi piace la quarantena?

Necessario ma non di certo apprezzabile, l’isolamento personale ha fatto emergere dei trend singolari in oltre 1,7 milioni di parole chiave analizzate.

Per esempio che il marchio più nominato da chi è in quarantena è Netflix, che le persone sono in maggioranza contente (76% contro 23%) e che sia chi commenta positivamente che chi commenta negativamente lo stare a casa, riporta più o meno gli stessi motivi citati a proposito dello smart working.

Dunque sì a rimanere a casa, guardare film, cucinare, videogiocare; no a stare in famiglia, non vedere gli amici, non andare al ristorante o in palestra. In aggiunta, per i casi più critici, c’è la lotta con il proprio stato di salute mentale. Un problema serio su cui c’è poco da scherzare e sul quale andrebbero trovate soluzioni in vista di future crisi, per non aggravare la condizione di chi già normalmente soffre di depressione, attacchi di panico, ansia e altri disturbi psichici.

Scorte da bunker

Abbiamo visto tutti in tv e in rete l’assalto ai supermercati dei primi giorni e anche scene singolari come i carrelli riempiti di carta igienica in Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti (Coronavirus, è assalto alla carta igienica).

In generale e, secondo me a ragione, Awario definisce questi arrembaggi “acquisti da panico”. Ma cosa hanno comprato le persone? Carta igienica a parte, le stranezze non mancano. I polli vivi, per esempio, sono 15esimi nella classifica dei contenuti analizzati.

Svetta al primo posto l’igienizzante per le mani, seguito da mascherine (a trovarle!), carne, carta igienica, alcol, sapone, pasta, pane, uova, latte, cioccolata, riso, formaggio e farina. Quest’ultimo elemento fa capire che, forse, la massa delle conversazioni analizzate abbiano visto la partecipazione di una percentuale ridotta di contenuti italiani. Perché da noi è risaputo: farina e lievito sono stati i primi beni ad andare a ruba. Perché in quarantena ok, ma almeno mangiando bene.

Vi ritrovate in queste categorie? Tweettate i vostri commenti a @agostinellialdo.

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