La tecnologia entra a scuola. Non senza alcuni problemi

La tecnologia entra a scuola. Non senza alcuni problemi

Durante i lunghi mesi di lockdown, nonostante inefficienze e mancanze, la tecnologia è stata l’unico strumento che ha permesso alla didattica di proseguire. Ma gli strumenti digitali non si fermano alle videolezioni: se la tecnologia entra in aula può diventare una grande opportunità. I numeri dall’Italia e i casi dall’estero.

In questi mesi abbiamo scoperto il ruolo fondamentale svolto dalla tecnologia in ambito scolastico. Senza la didattica a distanza (DAD), infatti, l’interruzione forzata degli studi sarebbe stata totale. Un’esperienza che ora, con la tanto attesa riapertura delle scuole, è tempo di analizzare, valutandone pro e contro: la tecnologia si può integrare nel sistema scolastico? E se sì, in che modo? I dati dall’Italia e alcune esperienze dall’estero ci dicono qualcosa di più.

Luci e ombre della DAD

Secondo i dati forniti da Altroconsumo, durante il lockdown, il 72% degli alunni delle scuole elementari ha seguito delle videolezioni con l’insegnante. L’alternativa è stata scaricare dei documenti messi in rete  per svolgere compiti ed esercizi (59%). Tutti contenti quindi? Non proprio: secondo la ricerca, solo il 27%degli italiani si dichiara soddisfatto della didattica online. Questo metodo innovativo – almeno per l’Italia – ha dato vita a diversi problemi, sia per gli alunni che per i genitori. Per esempio, l’82% dei genitori afferma che il figlio ha avuto bisogno di aiuto nell’organizzazione della giornata (58%), per chiarire dubbi sugli esercizi (52%) e capire in maniera più approfondita gli argomenti (44%).

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Kami: quando scuola e tecnologia vanno d’accordo

Un fortunato esempio di integrazione tra metodi tradizionali e tecnologici arriva dagli Stati Uniti, dove Kami, un’app che aiuta insegnanti e alunni a digitalizzare  dispense e appunti, ha trovato il modo di diffondersi nelle scuole. Il fondatore di Kami, Hengjie Wang, ha scoperto che le scuole spendono in media 150mila dollari all’anno in materiale stampato. Facendo i conti, Wang dice che Kami può far risparmiare circa 80mila dollari eliminando la necessità di stampare: una cifra niente male, che ha convinto genitori e insegnanti. (Edtech startups find demand from an unlikely customer: Public schools).

…e quando invece “litigano”

C’è da dire che con la tecnologia non sempre tutto fila liscio.  Come in una scuola norvegese, che ha smesso di fare videochiamate su Zoom dopo che un uomo nudo ha preso parte a una riunione tra insegnanti e ragazzi, comparendo all’improvviso sugli schermi. Incidenti di percorso, si potrebbe dire… (Norwegian school ditches video calls after naked man ‘guessed’ meeting link).

Non è andata molto meglio all’Albion College, in Michigan. La scuola ha adottato un’applicazione per proteggere gli studenti dal contagio di Covid19 , ma ha finito per metterne seriamente a rischio la privacy. L’app, infatti, traccia ogni spostamento dei ragazzi, in ogni momento della giornata, senza possibilità di disattivarla. E gli studenti sono stati obbligati a scaricarla e a tenerla attiva, pena la sospensione. (Michigan students are being forced to use a vile contact tracing app).

La mossa vincente di Google in India

Un caso interessante è quello della partnership tra Google e lo Stato indiano del Maharashtra, tra i più grandi e tra i maggiormente colpiti dal Coronavirus. Il gigante del web ci ha visto lungo: fornendo gratuitamente i suoi servizi di apprendimento digitale a decine di milioni di studenti e insegnanti, ha dato un’ulteriore spinta all’istruzione nel secondo mercato internet più grande del mondo. Un’operazione vantaggiosa per entrambe le parti in gioco. (Collaborating with the Maharashtra government to bring our digital learning platform to crores of students and teachers).

A fianco dell’India si schiera l’Indonesia, dove la tecnologia ha colmato un’altra mancanza: quella dei pagamenti digitalizzati. La maggior parte dei bambini paga le tasse scolastiche portando i contanti a scuola in una busta. InfraDigital ha risolto questa carenza consentendo ai genitori di pagare le tasse con gli stessi servizi digitali che utilizzano per le bollette dell’elettricità o per gli acquisti online (InfraDigital helps Indonesian schools digitize tuition and enrollment).

Scuola e telemedicina

Ma la tecnologia a scuola non si esaurisce nell’ambito della sola didattica.  Hazel Health, per esempio, nelle scuole  pubbliche fornisce servizi di telemedicina ai bambini. L’app è cresciuta moltissimo negli Stati Uniti, diffondendosi in distretti scolastici  da 1 milione e mezzo di giovanissimi. I servizi dell’azienda si sono resi ancor più necessari quando i piccoli  sono stati costretti a frequentare la scuola a distanza. E in alcuni casi Hazel Health ha rappresentato  l’unico accesso ai servizi alla salute. Il segreto sta nella semplicità e nell’immediatezza del programma: premi un pulsante su un tablet e in pochi minuti parli con un medico. (Now providing healthcare access to nearly 1.5 million kids, Hazel Health raises $33.5 million).

Tratte le debite conclusioni,  sembra proprio che, almeno oggi, un computer non  possa ancora sostituirsi alla persona fisica, quando si parla di scuola. L’esperienza del lockdown in Italia, ma non solo, lo dice chiaro e forte. I bambini e i ragazzi hanno bisogno di essere guidati, di interagire, di comunicare. Quello che invece si può fare è prendere il buono che la didattica online ha introdotto e usarla a supporto – non in sostituzione – delle tradizionali lezioni.

Pensate che la tecnologia possa migliorare la scuola o rappresenti invece un rischio? Tweettate i vostri commenti a @agostinellialdo

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