Google, USA e UE: una relazione sempre più complicata

Google, USA e UE: una relazione sempre più complicata

Tra errori passati della politica ed un’espansione spesso giocata tra le zone d’ombra del web,  il rapporto di Google con i governi di Europa e Stati Uniti si fa sempre più difficile. E tra accuse, provvedimenti e reazioni, anche sempre più battagliero. Ecco cosa sta accadendo da una sponda all’altra dell’Oceano

Negli ultimi anni, il governo statunitense e l’Unione europea si sono posti più volte la questione relativa a se e come intervenire per arginare la crescente egemonia di Google. Difficile, in un territorio in costante evoluzione quale il web, tracciare i confini tra ciò che rientra nella libertà di mercato e una situazione di monopolio potenzialmente lesiva dei diritti di concorrenti e cittadini. Sta di fatto che le scelte dei governi, e in alcuni casi il loro silenzio, hanno probabilmente inciso su come la rete stessa si è sviluppata, arrivando alla configurazione che conosciamo oggi. (What the U.S. missed with Google).

Le accuse del governo statunitense

Già nel 2013, durante l’amministrazione di Barack Obama, la Federal Trade Commission concluse un’indagine su presunti abusi di potere di Google assolvendo l’imputato. Il punto è proprio che, pur individuando dei campanelli d’allarme, non furono ravvisati elementi palesemente illegali, e di conseguenza il governo decise di non applicare limiti. Al momento, ci sono tre cause pendenti di antitrust contro Google, relative a comportamenti messi in atto negli anni passati dal colosso di Mountain View. Si parla prevalentemente di accordi commerciali (ad esempio con Apple e Android) per espandere e consolidare il proprio dominio sulle ricerche tramite mobile. Accuse dalle quali Google si è sempre difesa spiegando che ogni sua mossa è a beneficio dei consumatori. In ogni caso, col senno di poi, si può ipotizzare che un’imposizione da parte della FTC dieci anni fa avrebbe aperto strade diverse – forse migliori? – nell’evoluzione del web. (How Washington fumbled the future).

L’UE all’azione

Il problema, riguardando una risorsa accessibile a livello globale quale il web, travalica naturalmente i confini americani. La Commissione europea, nel dicembre 2020, ha presentato due proposte di legge che si propongono la difficile missione di regolamentare Internet: il Digital Markets Act (DMA) e il Digital Services Act (DSA). L’obiettivo è duplice: rendere più aperta e limpida la concorrenza nel mercato digitale (DMA) e tutelare gli interessi degli utenti (DSA). In particolare, il Digital Markets Act, della cui applicazione sarà responsabile la stessa Commissione europea, si concentra sulle piattaforme con almeno 45 milioni di utenti attivi mensilmente: il suo obiettivo è facilitare l’ingresso sul mercato di nuovi concorrenti. Il Digital Services Act, appannaggio di organismi nazionali, tutela gli utenti monitorando il rispetto della privacy, la trasparenza e l’affidabilità di tutte le piattaforme. In entrambi i casi, le sanzioni in caso di violazione delle norme sono importanti. Si tratta di due progetti complementari, che dovrebbero procedere di pari passo, anche se trascorrerà del tempo prima che vengano discussi e approvati. (What the European DSA and DMA proposals mean for online platforms).

Google: attacco e retromarcia

Da parte sua Google non ha apprezzato la mossa dell’UE, guidata dal Commissario al mercato interno Thierry Breton. Financial Times e Le Point hanno riportato un documento interno della società atto a indebolire, tramite pressioni dei propri lobbisti, le proposte di legge avanzate dalla Commissione europea in materia di regolamentazione di Internet. Operazioni legali, che tuttavia non aiuterebbero certo a stabilire un dialogo costruttivo con le istituzioni europee. Da qui, il passo indietro di Google. Il CEO Sundar Pichai si è ufficialmente scusato con Breton, che si era dichiarato poco sorpreso dalla strategia della società. Incidente momentaneamente risolto, dunque. Almeno a parole. (Google CEO apologises for document, EU’s Breton warns internet is not Wild West).

Ciò che emerge dall’accaduto, in ogni caso, è il potere delle lobby delle big tech. Anche se lo stesso Pichai ha ammesso che Internet non può rimanere un “Wild West”, è difficile immaginare che l’attività di regolamentazione filerà liscia e senza scogli.

I governi e gli organismi internazionali dovrebbero intervenire con mano pesante ponendo dei paletti a Google? Tweettate i vostri commenti a @agostinellialdo

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