Da Google a Linkedin i contenuti (ri)pagano. Ecco perché

Da Google a Linkedin i contenuti (ri)pagano. Ecco perché

Non è l’unico ma è quello che lo fa in modo più massiccio: Google investe fortemente nelle news. Perché anche se le news non sono a pagamento, più contenuti significano più persone che leggono e, quindi, più valore alle pubblicità da inserire nelle pagine. Lo spiega chiaramente Richard Gingras, Vice President delle News del gigante tech: << Le persone si affidano a Google per aiutarle a trovare informazioni utili e autorevoli, provenienti da una vasta gamma di fonti. Il nostro compito è quello di ordinare le informazioni e collegarle a quelle più rilevanti […] Per mantenere tale fiducia non accettiamo pagamenti da nessuno per essere inclusi nei risultati di ricerca. Vendiamo annunci, non risultati di ricerca>> (How Google invests in news).

Il sistema non è farsi pagare da chi pubblica ma aiutare i publisher a pubblicare meglio e con più facilità, e riscuotere il denaro dagli inserzionisti. Non è un segreto né una sorpresa, infatti, che i ricavi di BigG derivino primariamente dall’advertising. Attenendosi a questo principio, ossia ordinare i risultati di ricerca per permettere alle persone di trovare rapidamente i contenuti che cercano, quando recentemente Google ha modificato il layout delle pagine dei risultati, si è scatenata una pioggia di critiche. È successo questo: Google ha rinnovato il design delle pagine dei risultati di ricerca. Nulla di eccezionale, si fa spesso. Il problema è che il nuovo aspetto grafico rendeva più difficile distinguere la pubblicità dai contenuti. Tant’è che, dopo la levata di scudi, Google è stato costretto a ridisegnare nuovamente le pagine (Google backtracks on search results design).

Torniamo ai contenuti o, meglio, al valore degli stessi. Se l’equazione è più contenuti uguale più advertising, investire in contenuti significa prima di tutto puntare su chi li produce. Ecco perché Google News Initiative sta investendo 300 milioni di dollari per aiutare gli editori di notizie di tutto il mondo a sviluppare nuovi prodotti e modelli di business, in grado di adattarsi ai mutamenti del mercato digitale. Se internet è la nuova edicola, chi produce notizie deve imparare le nuove regole del maketing.

Il publisher non paga Google ma Google ha tutto l’interesse che il publisher prosperi. Secondo Deloitte solo in Europa, gli utenti cliccano sulle notizie di Google 8 miliardi di volte al mese. Che si traducono in 3.000 clic al secondo indirizzati alle home page dei giornali, con un  valore tra i 4 e i 6 centesimi di euro a clic. Tanti clic, tanto valore per le inserzioni (The impact of web traffic on revenues of traditional newspaper publishers).

Dicevo all’inizio di questo post che Google non è l’unico a scommettere sui contenuti. Anche LinkedIn lo sta facendo. Il social per professionisti vanta 675 milioni di utenti in tutto il mondo, di cui 13 milioni in Italia, considerati tra i più attivi in Europa. In breve si sono accorti che oltre due milioni di post, video e articoli vengono condivisi ogni giorno, generando decine di migliaia di commenti e reazioni l’ora. Gli utenti sono affamati di notizie inerenti il proprio lavoro. Vogliono poter seguire le novità, discuterne con altri professionisti par loro, essere aggiornati, sempre sul pezzo come si usa dire. E LinkedIn non si fa scappare il treno. Il modello di business è diverso da quello di Google ma lo stesso economicamente vantaggioso. Pensiamo al vantaggio di posizionarsi come vera fonte di informazione a tutto tondo per i professionisti del mondo globalizzato e, dunque, alle iscrizioni premium (non certo economiche) che ne potrebbero derivare, come pure ai nuovi format pubblicitari.

Insomma oggi investire nei contenuti conviene. Quanto a noi utenti, l’auspicio è che siano sempre meno fuffa e sempre più di qualità.

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