YouTube: il business delle “fake views” non giova ai brand

YouTube: il business delle “fake views” non giova ai brand

Secondo un recente studio del Pew Research Center, YouTube è la piattaforma più seguita dai teen ager, che la mettono al primo posto anche rispetto ad Instagram e Snapchat. In questo caso le percentuali parlano chiaro: l’85% degli oltre 740 ragazzini intervistati dichiara apertamente di preferire su tutti il primo, il 75% di privilegiare Instagram, il 69% Snapchat e “solo” il 51% Facebook.

Con i suoi miliardi di visualizzazioni video giornaliere, ad oggi YouTube è il luogo virtuale in cui gli utenti, under e over 18, effettuano il maggior numero di ricerche. Anche più di Google. Ed è sempre qui che si possono promuovere efficacemente le campagne marketing globali dei brand, costruire carriere (vedi i nuovi youtuber) e divulgare programmi politici. Un totalizzatore di mega numeri non esente dal proliferare dei “business collaterali”. Primo tra tutti quello della vendita di visualizzazioni e commenti, sul modello dei like o dei follower di Twitter. Gonfiare la popolarità di un contenuto non costa molto: 1.000 fake views si vendono anche a meno di 1 dollaro. E molti vi ricorrono per farsi largo nel mare magnum della piattaforma e vedere il rank del proprio video salire rapidamente.

Il New York Times riporta alcuni casi: al motto di “Let your video go viral”, attraverso il suo sito 500Views, il trentaduenne di Ottawa Martin Vassilev quest’anno ha già venduto 15 milioni di visualizzazioni per un valore di 200mila dollari; l’agenzia Devumi.com, invece, in tre anni ha venduto 196 milioni di visualizzazioni per un totale di 1,2 milioni di dollari (The Flourishing Business of Fake YouTube Views).

È evidente che tali business rappresentino un vulnus che altera l’ecosistema, rendendo  il video social media manipolabile.

Il problema è risaputo già dal 2009. La differenza tra allora e oggi è che è diventato più difficile porvi un argine e, sebbene la società rivendichi di mantenere la soglia dei falsi sotto all’1%, in molti restano scettici. Il fatto è che l’ultimo algoritmo di YouTube pesa anche le visualizzazioni abbinate alle interazioni (commenti o like) che seppur provenienti da una medesima piattaforma, viaggiano con due indirizzi IP differenti.

E a farne le spese in primis è proprio lo stesso social che, negli ultimi anni, è stato coinvolto in una vicenda dietro l’altra – dallo scandalo Elsagate alla cospirazione di attori in crisi ai moderatori senza freni – , con gran danno di immagine (Inside YouTube’s fake views economy).

Chi acquista questi pacchetti pur sapendo di violare i termini di servizio della piattaforma, deve essere conscio di un fatto: non si tratta di persone vere che commentano o visualizzano ma di bot. Soprattutto per i brand e i marketer, il reale ritorno economico o in popolarità è spesso pari a zero o quasi.

Avete mai acquistato pacchetti di like, follower o visualizzazioni? Raccontatemi la vostra esperienza twittando a @agostinellialdo.

Per scoprire di più sul mondo digitale, leggete il mio nuovo libro: “People Are Media

Se ti è piaciuto questo post, leggi anche “Google, il gigante dell’adv ora ha i piedi di argilla

Read this post in English