Facebook scricchiola e mostra le prime crepe. Tante le cause

Facebook scricchiola e mostra le prime crepe. Tante le cause

Se alcuni big player della rete (vedi per esempio Google) in questo periodo non brillano, neppure in casa Zuckerberg si ride tanto. Senza giri di parole, Facebook va male. E quando i numeri non danzano la sinfonia sperata, gli investitori iniziano a suonare le prime note del De Profundis. Due settimane fa il titolo ha bruciato 120 miliardi di dollari, registrando un –20%. E se fino a ieri lo scandalo Cambridge Analytica sembrava essere passato senza colpo ferire, oggi il social inizia invece a mostrare qualche netta cicatrice. Certo il fondatore di Menlo Park non è da considerarsi prossimo ad una vita di stenti: anche se al di sotto delle aspettative e in frenata rispetto alle proiezioni degli analisti, il trimestre è andato bene. Ma lo scherzetto è comunque costato alle sue tasche 15 miliardi di dollari e una scivolata nella top ten dei più ricchi del pianeta dalla terza alla sesta posizione.

Insomma si sentono i primi scricchiolii di un sistema considerato un blocco monolitico inscalfibile. E molti già gridano all’inversione di rotta. Alla base del cambio di scena risiede un mix di cause. Per esempio mentre Facebook perdeva utenti in Europa a seguito del citato scandalo, della conseguente campagna di protesta #deleteFacebook e dell’entrata in vigore del GDPR, le spese per infrastrutture, contenuti e sicurezza aumentavano. E secondo il responsabile finanziario del gruppo, David Wehner, nel 2018 saliranno fino al +60% rispetto al 2017 (I sette motivi che stanno facendo crollare Facebook in borsa).

Su tutte le ragioni addotte dagli esperti, però, a mio avviso sono due i fattori che pesano particolarmente: la fuga degli utenti – e il contestuale rallentamento di nuove iscrizioni – e la privacy europea.

Del primo fronte ho avuto modo di scrivere varie volte: da un lato i giovani e giovanissimi non sono attratti da un social sempre più per persone mature, dall’altro gli adulti sono sempre più consapevoli dei loro diritti in tema di protezione dei dati personali e decidono di adottare contromisure di tutela anche radicali come, appunto, l’abbandono della piattaforma (in proposito leggi Facebook lancia gli Home Service e intanto i giovani fuggono).

Va da sé che se per sfiducia o scarsa attrattiva, gli utenti non aumentano più come un tempo, le entrate pubblicitarie si assottigliano e la Borsa reagisce.

Quanto al General Data Protection Regulation europeo, che ha imposto regole rigide e stringenti sul trattamento dei dati personali a chi sul trattamento dei dati personali ha costruito un business, era prevedibile che, tra spese di adeguamento e limitazioni introdotte, nel breve periodo i conti del social ne avrebbero risentito (Facebook, la privacy costa cara. Ecco perché sta crollando in Borsa). E non solo quelli: da quando è entrato il vigore il nuovo regolamento, i frequentatori europei della piattaforma calano nell’ordine di tre milioni al giorno e di un milione al mese quelli unici (Effetto Cambridge Analytica-GDPR su Facebook, crollo degli utenti in Europa).

Zuckerberg è quindi spacciato? Direi proprio di no. Mentre Facebook piange, Instagram ride ed è probabilmente quello il nuovo fronte di conquista del nostro.

Secondo voi quanto hanno pesato lo scandalo C.A. e l’entrata in vigore del GDPR sul rallentamento di FB? Ritenete ci siano ulteriori cause? Tweettate i vostri commenti a @agostinellialdo.

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