Il behavioural targeting lancia l’adv. Ma c’è un però

Il behavioural targeting lancia l’adv. Ma c’è un però

La conferma arriva da tre nuove ricerche di IAB Europe: conoscere il comportamento degli utenti aumenta a dismisura l’efficacia delle campagne di digital advertising.

Come ribadito più volte, infatti, disporre dei dati comportamentali dei consumatori significa ottenere il giusto riscontro per il proprio prodotto e/o servizio, facendo fruttare il denaro investito per promuoverlo al pubblico. I dati rappresentano una risorsa essenziale per il settore e anche per l’intero ecosistema della digital economy. Read it in English.

Dalle ricerche è emerso che il 52% dei consumatori europei passa tre o più ore al giorno navigando nel web e che ben il 63%, contro il 40%, preferisce usufruire di servizi e contenuti gratuiti sostenuti dalla pubblicità, piuttosto che dover pagare per gli stessi privi di banner e video adv.

Non solo: secondo un recente sondaggio di GFK, condotto su 11mila utenti di 11 Paesi europei, il 68% degli utenti internet europei afferma che non pagherebbe mai le notizie online, anche nel caso non fossero disponibile altre fonti gratuite su cui leggerle; l’83% dichiara di preferire i contenuti gratuiti anche se con la pubblicità; il 92% si dice pronto a ridurre significativamente il proprio utilizzo di internet se i contenuti richiesti dovessero diventare a pagamento e il 69% è disposto a fornire i propri dati da utilizzare nella pubblicità, al fine di accedere a contenuti gratuiti.

Si evince così chiaramente, che le campagne di advertising targettizzate sulla base dei comportamenti degli utenti sono un modello win-win sia per i marketer, che riescono a far arrivare il proprio messaggio a gruppi di persone in linea col prodotto/servizio, sia per i consumatori, che beneficiano di una comunicazione adv interessante, perché tarata sui loro specifici gusti. A riprova di ciò, non è un segreto che gli annunci mirati ottengano un tasso di click-through superiore di 5 volte in media rispetto alla pubblicità standard.

Ma se il “behavioural targeting”, che nel 2016 ha registrato investimenti per 41,9 miliardi di euro, è il nuovo paradigma del digital adv su web, radio, smart tv, mobile ecc, portando con sé anche un cospicuo indotto in termini di circolazione economica e occupazione, un grande ‘però’ incombe sulla categoria.

Sebbene il contributo del digital advertising sia stimato in 118 miliardi di euro in termini di BIL (Benessere Interno Lordo), come spiego nel post “La nuova ePrivacy UE colpisce i media e gli utenti europei”, tra le pieghe della nuova proposta sull’ePrivacy dell’Unione Europea, la cui entrata in vigore è prevista per il 25 maggio 2018, è contenuto un grimaldello in grado di scardinare i progressi sino ad oggi fatti, a scapito della categoria e dei consumatori. Si tratta di un emendamento che impone ai publisher (news, social, entertainment, service) di consentire ai propri utenti l’accesso ai loro siti, anche se questi ultimi bloccano la pubblicità.

“La nuova ePrivacy, tra cui l’opt-in come unica base per l’erogazione di pubblicità, rischia di compromettere l’equilibrio di tutto il settore digitale, mettendo seriamente a rischio la qualità dei contenuti”, commenta Carlo Noseda, presidente di IAB Italia.

Uno stop al behavioural targeting che mi auguro la UE vorrà eviterà.

Utilizzate campagne adv basate sul behavioural targeting? Raccontatemi la vostra esperienza tweettando @agostinellialdo.

Per scoprire di più sul mondo digitale, leggete il mio nuovo libro: “People Are Media

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