Fake follower e influencer: i brand devono tenere gli occhi aperti

Fake follower e influencer: i brand devono tenere gli occhi aperti

L’importanza del rapporto brand-influencer è stato dibattuto da diverse angolazioni e prospettive e più volte ribadito. Ma una delle questioni che restano ancora in sospeso, e di cui vale la pena discutere, è quella dei fake follower che compongono, in percentuale variabile, l’ecosistema virtuale dei vari influenzatori. Read it in English.

Istintivamente, infatti, si tende a seguire un utente che ha molti follower a fronte di uno che ne ha un decimo. Anche se non vi è alcuna garanzia che il messaggio del brand verrà comunque recepito, un numero maggiore porta con sé maggiori possibilità.

Il punto è che, spesso, si commette l’errore di non soffermarsi ad analizzare l’autenticità degli stessi. Eppure è un passaggio fondamentale. Perché, molto semplicemente, i fake follower non comportano mai un vantaggio per il marchio: siano essi dei bot o delle persone fisiche, infatti, non hanno alcun interesse ad acquistare i prodotti pubblicizzati. I primi sono software, utenti artificiali al massimo programmati per cliccare like di quando in quando; quanto alle seconde, una volta cliccato il “mi piace” o il follow su una pagina, concludono la missione per la quale sono remunerate. That’s it (How Fake Followers Ruin Your Influencer Marketing Campaign).

Nel mondo dei marketing influencer, il numero di seguaci o abbonati è una metrica chiave. Dunque, dal lato influencer, è più che naturale che chiunque voglia tentare di entrare nel settore, sapendo che sovente la qualità dei contenuti pubblicati non corrisponde alla velocità dell’aumento dei follower, cerchi di darsi una spinta, per così dire, artefatta.
Sul versante degli investitori, però, questo meccanismo è da soppesarsi seriamente.

Di recente Twitter Audit ha evidenziato come dei 24 milioni di utenti dell’account della CNN, ben 12 milioni – la metà! – siano dei fake. Per altri personaggi noti si parla anche dei due terzi. Il 50% e più, ovviamente, non è un tasso fisso.

Ho analizzato alcuni account di influencer molto attivi e presenti sui social e la percentuale non è risultata arrivare al 10%. Meno, certo, ma sempre una fetta cospicua di cui occorrerebbe essere consci quando s’ingaggia questo o quello per il proprio marchio.

E lo stesso vale -, seppure in misura minore e per ragioni che ho già spiegato in precedenza in Marketer e influencer marketing…ecco le novità!-, anche per i micro influencer.

Il problema affligge tutti i social, in particolare quelli più popolari e amati dai brand come Instagram. Non è quindi un caso che SocialBlade, un analizzatore di fake follower, sia così trafficato.

Joel Wright, co-fondatore e presidente di #HashOff, una piattaforma di circa 150mila influencer, suggerisce agli investitori una soluzione per ovviare al problema: cambiare prospettiva (Fake followers and the influencer marketing ecosystem). Invece di valutare un influencer (solo) sulla base del numero di follower, valutare il tasso d’engagement dei suoi seguaci. Se il primo è alto ma il secondo basso, con ogni probabilità la percentuale dei fake follower è cospicua e va da sé che l’influencer in questione non possa costituire un valido apporto per il brand.

Valutare attentamente, perderci su un po’ più di tempo, è quindi l’unica mossa per spendere bene il proprio denaro.

Quando selezionate un influencer per un vostro servizio/prodotto, su quali parametri vi basate? E perché? Fatemi avere i vostri commenti @agostinellialdo.

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