Big data, la potente arma degli scienziati in difesa del pianeta

Aldo AgostinelliSecondo fonti Onu, il 2016 è  stato l’anno più caldo dall’era pre-industriale. La temperatura è salita ancora di 1,2 gradi e la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera ha raggiunto livelli senza precedenti. Ciò significa che l’inquinamento sta impattando pesantemente sul clima, compromettendo la stessa sopravvivenza degli ecosistemi naturali e, dunque, la nostra stessa esistenza. Read in English.

A dimostrarlo senza ombra di dubbio sono i big data, i veri grandi alleati della lotta al climate change. Grazie alla lettura dei dati raccolti dai venti satelliti in orbita nell’atmosfera terrestre, alle decine di migliaia di stazioni di rilevamento al suolo, sparse in ogni dove, e al cloud, che permette facilmente di condividerli e analizzarli, oggi, prove alla mano, ben il 97% degli scienziati,  a fronte di un esiguo 3% che per incapacità o convenienza, continua a negare la realtà, può spiegare, avvisare e sensibilizzare l’opinione pubblica sulla gravità della situazione.

Parliamo di milioni di dati utili a fotografare esattamente la situazione e a indicare dove e come invertire la rotta. Earth Engine, l’algoritmo sviluppato dall’Università del Maryland, attraverso l’analisi di 700mila immagini satellitari per un totale di 20 trilioni di pixel, consente di mappare e monitorare l’estensione delle foreste del mondo. Per il calcolo occorrerebbero 1 milione di ore ma, sfruttando 10mila computer in parallelo, Earth Engine è in grado di produrre i risultati nel giro di pochi giorni.

“Con i big data oggi sappiamo con certezza che, se abbandonassimo subito l’uso di tutti i combustibili fossili, il pianeta prima si riscalderebbe e poi inizierebbe un processo di raffreddamento, salvandosi”, spiega Piers J. Sellers, vice direttore di Scienze ed Esplorazione presso il NASA Goddard Space Flight Center nel documentario “Before The Flood”, del premio Oscar e Ambasciatore di Pace per l’ambiente dell’Onu Leonado Di Caprio (invito tutti a guardarlo!).

Esaminando i big dati del National Snow e Ice Data Centre americano, Peter Wadhams, direttore del Polar Ocean Physics dell’Università di Cambridge, ha scoperto che al 1° giugno di quest’anno la superficie ghiacciata dell’Artico si è ridotta a 11,1 milioni di km quadrati. Ciò significa che entro il prossimo anno si scioglierà del tutto.

Il riscaldamento globale sta producendo fenomeni meteorologici devastanti: desertificazione, alluvioni, scioglimento del Polo Nord e conseguente rilascio nell’atmosfera del metano contenuto nel permafrost, innalzamento dei mari da 4 a 6 metri, estinzione di specie animali e vegetali, e morte delle barriere coralline, ossia di quel prezioso ecosistema da cui dipende il sostentamento di oltre 1 miliardo di persone.

I milioni di big data a disposizione, quindi, sono l’arma buona in mano agli scienziati. A loro il compito di “tradurli” per le persone. Alle persone, ossia a tutti noi, il dovere di informarsi e fare pressioni sulla politica perché intervenga in difesa dell’unico pianeta che abbiamo a disposizione.

Il climate change vi preoccupa? Quali soluzioni pensate sia importante adottare per salvare il pianeta e noi stessi? Mi piacerebbe avere i vostri commenti. Tweettate a @agostinellialdo.

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